Cimitero Monumentale di Mantova 5 – opere di Carlo Cerati

di Paola Redemagni

Spesso i cimiteri hanno un nume tutelare che li distingue: a Roma è il pittore Filippo Severati (vedi anche: Filippo Severati, il pittore del Verano), con i suoi ritratti su pietra lavica; a Cagliari è lo scultore Giuseppe Maria Sartorio (leggi: Michelangelo dei morti: Giuseppe Maria Sartorio); a Milano è l’architetto Giannino Castiglioni.

A Mantova (vedi: Cimitero monumentale di Mantova 2 – Borgo Angeli ) è lo scultore Carlo Cerati (1865 – 1948), artista attivo in area mantovana e cremonese, ebanista, ornatista, decoratore.  

Nato nel 1865 a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, dopo aver compiuto i primi studi artistici nella città natale, si trasferisce a Milano, frequentando prima la Scuola Superiore di Arte Applicata all’Industria del Castello Sforzesco, poi l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove segue le lezioni di Enrico Butti, che resterà sempre il suo punto di riferimento artistico e morale: nella scelta delle tematiche sociali, delle poetiche realiste e spesso anche dei modelli figurativi.

(Carlo Cerati, tomba Pedrazzoli (1927-’28). Foto dell’autrice)

La tomba Pedrazzoli, che Cerati realizza al Cimitero Monumentale di Mantova negli anni 1927-‘28, infatti, è un vero e proprio omaggio al suo maestro, di cui riprende in maniera puntuale il monumento a Isabella Airoldi Casati, realizzato da Butti al Monumentale di Milano nel 1890 (vedi anche: Isabella Airoldi Casati).

Entrambe le opere presentano la defunta sul letto di morte, combinando verismo e simbolismo, ma Cerati si spinge oltre il naturalismo di Butti, cogliendo un’immagine estremamente cruda e realistica della donna, ritratta nel suo abbigliamento da camera – cuffia e camicia da notte – abbandonata sui cuscini, con il volto sfinito dalla sofferenza, còlta forse in uno spasmo di tosse tubercolotica.

(Cimitero Monumentale di Milano. Enrico Butti, edicola Isabella Airoldi Casati (1890). Foto dell’autrice)

Entrambi gli artisti si affidano al cromatismo dei materiali: bronzo e marmo rosso per l’edicola Casati; pietra serena scura e marmo bianco di Carrara per la tomba Pedrazzoli.

Sulla lapide che si alza alle spalle delle due donne, gli scultori scelgono un tema simbolico: un volo di angeli sceso ad accompagnare l’anima per Isabella Airoldi Casati; per la signora Pedrazzoli, un clipeo contenente il ritratto di Gesù coronato di spine, rimando al tema della sofferenza e del dolore. Non a casa la scultura ha per titolo Il silenzio o, in alternativa, La dormiente.

Fra le mie preferite – ma io sono un’anima tardo liberty – l’opera Desolazione, realizzata nel 1912 per la sepoltura Bergamaschi-Ferri. Ispirata ai modelli di Leonardo Bistolfi (leggi: Il poeta della morte – Leonardo Bistolfi), presenta una figura femminile in piedi, languidamente appoggiata ad un elemento architettonico posto alle sue spalle. La fanciulla ha il volto rivolto verso il cielo ed è avvolta in una morbida veste che accompagna il corpo con eleganza e ricade a terra in un ricco drappeggio. I gigli sulla sinistra raccontano di una morte prematura mentre i cardi che si allargano a destra nell’antichità scacciavano le forze demoniache e proteggevano dalla malasorte, ma con le loro spine alludono anche al dolore.

(Carlo Cerati, Desolazione (1912). Foto dell’autrice)

L’opera più significativa di Cerati al Monumentale di Mantova è sicuramente il monumento Colombo (ora Manfredini). Su un’area di ben 16 mq, l’artista realizza nel 1914 un grande apparato scultoreo, intitolato La disperazione. Una potente figura maschile siede sopra un cumulo di pietre, in una posa a metà fra disperazione e rabbia: una mano ad artigliare la testa reclinata, l’altra stretta a pugno in uno sforzo così intenso da tendere tendini, muscoli e vene, al limite dello spasmo. Nella resa dei volumi e nella potenza plastica, il modello immediato, è quello del celebre Pensatore di Auguste Rodin.

(Carlo Cerati, La disperazione (1914). Foto dell’autrice).

Riprendendo ancora una volta lo schema della tomba Airoldi Casati di Butti, Cerati pone alle spalle dell’uomo un alto bassorilievo marmoreo si sapore simbolista, su cui incide la scala di Giacobbe e un’infinita teoria di angeli che pone in rapporto diretto l’uomo disperato con la luce divina che si irradia dall’alto. La resa naturalistica, così potente e tormentata, contrasta con la linearità, ordinata e rasserenante, dello sfondo. La tomba è completata da una base assai articolata in cui si fondono echi liberty e decò, e da una bassa cornice in ferro in cui si intrecciano motivi stilizzati e tralci d’edera.

Sono molte le sculture realizzate da Cerati nei campi del cimitero, tanto che si può disegnare un vero percorso alla ricerca dei suoi monumenti: Bagnardi Fontebasso, Scalori, Tragni, Guaresi-Negri, Manni, Tedioli, fino alla tomba disegnata per la propria famiglia, al campo F.