
di Paola Redemagni
Nella Basilica veneziana di Santa Maria Gloriosa ai Frari accanto al cenotafio dello scultore Antonio Canova ( Il cuore dello scultore – Antonio Canova) fa bella mostra di sé l’imponente monumento dedicato al Doge Giovanni Pesaro.
Appartenente a una delle famiglie più ricche e influenti della Repubblica di Venezia, Giovanni Pesaro era stato in vita una figura controversa: dotato di grande intelligenza politica, aveva avuto una brillante carriera come condottiero, senatore, ambasciatore in Francia, Inghilterra, presso la corte dei Savoia e a Roma, e aveva rivestito un ruolo importante nella guerra di Candia contro i Turchi per il possesso dell’isola di Creta. Dal punto di vista umano, gli si rimproveravano le intemperanze contro i nemici durante la guerra e il matrimonio tardivo con una giovane serva, ritenuto inadeguato per un uomo del suo rango.

Pesaro muore nel 1659, dopo aver ricoperto la carica di Doge per poco più di un anno. Nel suo testamento chiede di essere sepolto nella Basilica dei Frari, dove si trova la cappella di famiglia decorata con la celebre pala di Tiziano, e lascia 12.000 ducati per la realizzazione di un monumento funebre che gli renda onore.
Il nipote e erede Leonardo incarica del lavoro l’architetto e scultore Baldassarre Longhena, che lo realizza in quattro anni, dal 1665 al 1669, introducendo soluzioni barocche abbastanza inedite per Venezia. Longhena realizza un’architettura scenografica, imponente, che occupa l’intera terza campata di sinistra e ingloba anche uno degli ingressi laterali dell’edificio.

Il monumento riprende la struttura dell’arco trionfale e la estende a doppia altezza. Giovanni Pesaro è ritratto dallo scultore Giusto Le Court nella parte superiore del mausoleo, seduto sotto un ricco baldacchino in marmo rosso rifinito da fregi dorati: indossa un suntuoso mantello, ricche vesti e indossa il caratteristico Corno Ducale. Il baldacchino è retto da due draghi in marmo bianco, simbolo dell’eternità e opera di Michele Fabris. Al di sotto si legge la scritta: Hic revixit anno MDCLXIX (Qui visse nuovamente nell’anno 1669).
Lo stesso artista realizza anche le quattro figure sottostanti Ingegno, Nobiltà, Ricchezza e Studio, che alludono ai meriti del Doge. I due gruppi allegorici che affiancano Pesaro sono opera invece dello scultore tedesco Melchior Barthel: a sinistra Religione e Valore, a destra Concordia e Giustizia.
Una trabeazione decorata con triglifi e trofei d’armi separa la parte superiore del monumento da quella inferiore, dominata dalle sculture gigantesche di quattro Mori realizzati in marmo bianco e nero, che ricordano l’impegno del Doge nella guerra di Candia.

Fra i quattro Mori compaiono gli elementi più interessanti del monumento: due scheletri in bronzo opera di Francesco Cavrioli, che conservano ancora tendini, legamenti e muscoli disseccati sopra le ossa. Ricordano da vicino due zombi. Reggono due ampi tessuti che possono ricordare lenzuola funebri su cui sono riportati i meriti del defunto – le ambascerie, la ricchezza, le imprese belliche – e naturalmente anche quelli del nipote che gli dedica il monumento: erede delle sue ricchezze, seguace delle sue opere, amorevole verso lo zio.
Sono Transi: corpi morti rappresentati a vari stadi del processo di dissoluzione naturale. Il fatto che i due transi reggano gli epitaffi che ricordano le glorie dei due Pesaro deve essere letto come un memento mori: un richiamo alla vanità delle cose terrene. Ma la suntuosità del monumento, le sue dimensioni, la scelta di materiali pregiati e la collocazione di prestigio smentiscono nei fatti ogni pretesa di umiltà.

Quella del transi è una rappresentazione nuova che si diffonde dalla fine del 14° secolo soprattutto in Francia, Inghilterra, nei paesi germanici e nei Paesi Bassi, e che contrasta con l’immagine idealizzata che caratterizza i secoli precedenti: quella della Morte addomesticata, in cui in cui il defunto viene rappresentato in preghiera o disteso in un sonno fiducioso, in attesa della vita eterna.
Il termine transi deriva dal verbo latino transire, composto dal prefisso trans (attraverso) e dal verbo ire (passare). Durante il Medioevo, in Francia, il verbo transire indica l’atto di morire mentre il sostantivo transi indica il decesso.
Il Transi rappresenta la dualità del corpo, fatto di materia corruttibile e anima incorruttibile e si pone in relazione con la tradizione collegata alla Danza Macabra (per approfondire: Danza macabra e Sono io la Morte e porto corona (Clusone)) e all’incontro dei tre vivi e dei tre morti: ammonisce contro il peccato, esorta a inseguire il bene, sollecita la riflessione sulla caducità dei valori terreni quali bellezza, ricchezza e potere. Infine, esprime tutto l’orrore derivante dall’epidemia di peste nera che nel 1348 riduce di un terzo la popolazione europea e dalle devastazioni conseguenti alla Guerra dei Cent’anni. In Italia, resta comunque un’immagine poco comune.