
di Paola Redemagni
Il 2 giugno 1946, con le prime elezioni libere del dopoguerra, gli italiani e per la prima volta le italiane sono chiamati a scegliere la forma istituzionale da dare allo stato, al termine della guerra. Chiamati a scegliere tra Repubblica e monarchia, scelgono la Repubblica.
Pochi mesi dopo, il 12 ottobre 1946 il Consiglio dei ministri presieduto dal nuovo Presidente della Repubblica Alcide de Gasperi adotta in via provvisoria come inno nazionale il Canto degli Italiani, adottato in via definitiva nel dicembre 2017.
L’Inno, conosciuto anche come Fratelli d’Italia e Inno di Mameli, insieme con la figura istituzionale del Presidente della Repubblica e la bandiera tricolore è uno dei simboli dell’unità nazionale.
A scriverlo, un giovanissimo patriota risorgimentale: Goffredo Mameli, poeta, giornalista e soldato, convinto seguace di Mazzini e sostenitore dell’idea repubblicana e dello stato unitario, del principio di autodeterminazione dei popoli e della guerra all’Austria. Le sue composizioni, percepite come espressione di un pensiero collettivo, venivano spesso recitate in pubblico e circolavano stampate su fogli sciolti o giornali di ispirazione democratica.

Fratelli d’Italia viene declamato in pubblico per la prima volta il 9 novembre 1847; musicato dal maestro Michele Novaro, accompagna per un biennio le gesta dei volontari in tutta la penisola.
Mameli muore a soli 22 anni in seguito alle ferite riportate a fianco di Garibaldi (leggi anche: Mettiamoci una pietra sopra. Giuseppe Garibaldi.) durante la difesa della Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio 1849 a seguito della fuga da Roma di Papa Pio IX, e sopravvissuta per pochi mesi fino al luglio dello stesso anno, quando Napoleone III interviene a difesa del pontefice, restaurando il potere temporale della Chiesa.
Mazzini (per approfondire: Giuseppe Mazzini, mummia riluttante), amico personale della madre del poeta, fa di Mameli il simbolo del poeta soldato dedito alla patria fino al sacrificio. Dopo la morte, i resti del giovane vengono chiusi in una cassa e deposti nei sotterranei della chiesa delle Stimmate, per poi essere trasportati al Cimitero del Verano nel 1872. (leggi anche: Roma, Cimitero del Verano).
Nel 1889 il Comune di Roma, accogliendo il desiderio della famiglia, bandisce un concorso per la realizzazione di un monumento funebre. Il concorso viene vinto dallo scultore siciliano Luciano Campisi, che realizza un’opera imponente alta ben 6 metri, posizionata lungo il viale principale vicino all’ingresso.

Goffredo Mameli giace sopra un’urna che ne riporta la data di morte: VI luglio MDCCCXLIX (6 luglio 1849). Veste la divisa da garibaldino con il fazzoletto al collo ed è avvolto in una bandiera. La scultura in pregiato marmo di Carrara risalta sul fondo grigio di una quinta architettonica che la circonda su tre lati: sui pilastri laterali sono scolpiti a bassorilievo i simboli della Repubblica Romana, mentre sul fondale sono incise le parole di Giuseppe Mazzini:
E lira e spada staranno
giusto simbolo della sua vita
sulla pietra che un dì gli erigeremo
in Roma
nel camposanto
dei martiri della nazione.
Il monumento funebre termina con una trabeazione dorica ed è sovrastato dalla scultura della Lupa capitolina, con la dedica “A Goffredo Mameli”.
Inaugurato il 26 luglio 1891, oggi è vuoto: i resti di Mameli sono stati traslati nel 1941 nel Mausoleo ossario garibaldino al Gianicolo, edificato per raccogliere le spoglie dei caduti delle battaglie risorgimentali per Roma capitale dal 1849 al 1870. Progettato dall’architetto Giovanni Jacobucci (1895-1970), è stato inaugurato il 3 novembre 1941.